Parte 1: Lo spazio della paura
Il vampiro esiste. Agisce nel quotidiano di ognuno di noi, e alberga nello spazio in cui ognuno di noi si rifiuta di accettare la sua esistenza. Lo spazio della paura di una realtà così schiacciante. Lo spazio in cui , anziché cogliere l’opportunità di affrontare il nemico, cediamo alla tentazione di fingere che non vi siano nemici. Il vampiro è reale. La luce della consapevolezza lo annienta, e per questo agisce nella notte dell’ignoranza. Il freddo dell’indifferenza è il siero che inocula nelle vene delle sue prede, e l’indifferenza trasforma la vita reale in illusione di vivere. Sonno psichico. Apatia operativa. Stasi vegetale.
Parte 2: Etimologia apocrifa
La ricerca etimologica della parola NOSFERATU conduce ad un pugno di ipotesi che, a mio parere, stentano a restituire credibilità. Il fatto è che i dottori delle lettere, gli accademici accreditati ai quali viene deputato il compito di indagare nel merito, sono troppo spesso affetti dal morbo del “razionalismo da bon ton” che impone ai ricercatori una navigazione prudente e conservativa, su rotte che mantengono il contatto visivo con le coste dei territori del “noto e convenzionalmente accettabile”. E così troviamo i seguenti risultati: il termine arcaico Nosferatu deriverebbe da dialetti est-europei (specialmente rumeno) che indicherebbe la figura del vampiro (lo dice Emily Gerard nei suoi trattati sul folclore est-europeo del 1885 (Transylvanian Superstition) e del 1888 (The Land Beyond the Forest: Facts, Figures, and Fancies from Transylvania). Ma la parola non contiene nulla che riconduca all’atto di succhiare o bere il sangue di chicchessia. Piuttosto, altre ricerche farebbero derivare il termine dal greco nosophoros per indicare chi è portatore di peste/malattia o dal rumeno nesuferit (“insopportabile” o “offensivo”), peccato che di peste (in rumeno ciuma) e malattia (boala) non vi sia traccia nel termine in esame. Il termine diventa conosciuto in tutto l’occidente nel 1922 grazie al film di F.W. Murnau che trae la sua idea dal Dracula di Stoker ma non ha nessuna intenzione di pagare oneri da copyright. Così prende in prestito dalla tradizione transilvanica la parola Nosferatu (citato anche dallo stesso Stoker nel romanzo), tradizione che, per motivi a noi sconosciuti, conserva l’idea di un “essere non morto” che infesta la regione. Con ogni probabilità lo stesso Bram Stoker deve aver creato il suo Dracula dopo aver letto di leggende popolari dell’est europeo, forse gli stessi trattati della Emily Gerard di cui sopra. Gli inglesi sono sempre stati bravissimi nell’arricchirsi grazie a risorse degli altri sulle quali poi impongono diverse forme di… “copyright”. La mia versione sul significato del termine non ha la pretesa di aver scovato le reali radici linguistiche della tradizione da cui proviene, ma è funzionale alla descrizione di un male di oggi, del presente che viviamo. Il mio Nosferatu non si spiega quale “fantasma di passati transilvanici”, ma di un male oscuro che corrompe il tessuto cerebrale di tutta l’umanità, provocando una degenerazione del livello di coscienza. E il mio intento non è quello di dare all’editoria un nuovo prodotto romanzesco su cui pretendere copyright, ma quello di dare una “sveglia” a chi si cuoce nell’illusione indotta che tutto ciò che chiamiamo “oggi” sia qualcosa di normale e naturale. Quindi, partendo da NOS [FER] ATU e considerando che il rumeno è una lingua latino-balcanica, ho individuato in FER l’ovvia derivazione da “FERRI” (latino “trasferire/tragrettare da cui anche l’inglese “ferry” e il tedesco “farhen”) per cui arrivo a: NON TRANS FERRI ovvero “non tragrettato” in latino… (ricordate Caronte?) e quindi all’idea di una dimensione ibrida tra quella della vita e la quella della morte. Il “non trasferito” (alla dimensione della morte), ovvero qualcuno che non è più vivo ma non trapassa. L’azione del tempo sulle lingue e i dialetti porta di solito a contrazioni per cui: NON si riduce a NO mentre di TRANS rimane solo la S, FERRI si contrae in FER e la desinenza tipica regionale ATU va a chiudere la parola che diventa NOSFERATU.
Parte 3: Inerzia psichica
Siamo le scimmie del 2026 Annus Domini. Abbiamo sostituito il pelo con giacche e cravatte, abbiamo abbandonato le liane per il comfort delle carrozze motorizzate, e abbiamo persino allungato la vista verso le profondità siderali mandando in orbita sofisticatissimi radiotelescopi gravitanti. Ma nel frattempo qualcosa del nostro “essere” stenta ad evolversi, e si ostina a prediligere la legge della giungla, malgrado la “mascherata” della società civile e dello Stato di diritto. Da questo conflitto tra forma ideologica ( la visione della società che di volta in volta gli intellettuali propongono) e la realtà che deriva dalle miserie della bestia tecno-scimmia che si definisce “umana” (a me scappa da ridere) nasce un gap, una bolla di contraddizione che rimane incolmabile sul piano etico. Lo Stato di diritto è vero nelle menti e nei cuori di chi, in un autentico slancio verso l’oltre evolutivo, si propone “architetto di mondi umani”, intellettuali poeti che, solo nella finzione delle cerimonie ufficiali applaudiamo, come a dichiarare la nostra adesione alle loro visioni. Dobbiamo confessarlo, facciamo solo finta di accettare quei mondi come modelli da realizzare. I più onesti tra noi continuano a vivere come animali da giungla lamentandosi quotidianamente della giungla. Ci concediamo con malata disinvoltura ai predatori di questa tecno-savana metropolizzata, e quando la fortuna ci concede di giocare il ruolo di predatori di “piccolo taglio” ci abbandoniamo all’istinto dimenticando ogni sorta di etica. Siamo le scimmie del 2026, vittime quotidiane della spettacolarizzazione di modelli sempre più privi di significato, e quotidianamente ci facciamo vampirizzare dalla narrazione dominante che sostituisce i reali scopi di una “vita reale” con il ruolo di consumatori seriali di un videogame in cui l’acquisizione di quanti più status symbol possibili ci avvicina al successo del “quadro successivo”. Siamo cadaveri in cui un’inerzia psichica ci intrappola in un’ostinazione a non lasciare la vita, pretendiamo di essere vivi pur dimostrando di condurre una vita da morti. Siamo noi Nosferatu, il non trapassato, il non trasferito alla dimensione dei ricordi di un passato superato. Dopo una storia in cui non siamo stati capaci di superare la nostra natura bestiale, ora continuiamo a non saper superare l’idea che il nostro tempo si è esaurito, e restiamo aggrappati all’idea che il mondo è nostro. Quello che succede nelle sale cinematografiche durante la proiezione di film horror, in cui esseri appartenenti alla dimensione della morte invadono il mondo dei vivi, non è puro spettacolo di intrattenimento, non è circo di acrobati, non è semplice fiction adrenalinica. In quella sala ci siamo andati per guardarci allo specchio in una dimensione psichica dissociata: ci osserviamo in una dimensione che non abbiamo il coraggio di considerare “reale” e quindi ci dis-identifichiamo. Una dose di verità edulcorata dall’illusione che ciò che vediamo non è la verità. E quando usciamo dalla sala, diciamo a noi stessi di esserci divertiti, ma quella sensazione di sollievo non deriva da divertimento, ma dall’esperienza terapeutica della confessione.