Contrabbando di Sale n.6 - Incubo

Contrabbando di Sale n.6 - Incubo

(Psicosi bianca)

Poi succede che la vita ce la facciamo raccontare dai magici cristalli liquidi dello schermo di uno smartphone. O da quelli di un televisore. Poi succede che in ottanta luoghi del mondo siano in atto stermini, pulizie etniche, massacri, e tu non ne sappia nulla, perché il flusso delle informazioni è controllato esattamente come quello dei mercantili che percorrono la via della seta e la via della coca.

La via dei microcircuiti integrati per l’industria del digitale, e la via delle armi per l’industria della guerra. E la via dell’informazione ufficiale, quella che arriva dritta al nostro smartphone e ci recapita l’illusione di conoscere i fatti. Le rotte sono quelle che sono perché è strategico che siano quelle che sono, e siamo destinatari di pacchetti di informazioni che non hanno troppo a che vedere con i fatti, ma piuttosto con “cosa è conveniente che si sappia”. Succede che siamo numeri, e c’è chi ci gioca coi numeri. Succede adesso. Ma c’è un prima…

Nel prima è successo più volte che un mondo e i suoi equilibri siano stati contaminati da un altro mondo. E dai suoi squilibri… Se qualcuno pensa che il mondo più equilibrato debba necessariamente essere quello destinato a sopravvivere, questo qualcuno si sbaglia. 

Il nativo Lakota Sioux era stupefatto nell’osservare quell’essere dalla pelle color Luna, coperto da vesti così elaborate, ed equipaggiato con oggetti così misteriosamente sofisticati. A cosa dovevano servire? A Produrre magie? Succede che da quel giorno il mondo dei Lakota Sioux diventa sempre più un bel ricordo, e poi sempre più lontano, fino a sembrare sempre più un sogno piuttosto che un ricordo. Oggi, quel mondo “altro” è diventato “il” mondo, come se qualunque visione alternativa mancasse di nulla osta, versione non autorizzata dell’originale, e quindi bocciata dalla commissione di controllo all’omologazione. L’originale non prevede concorrenza. E questo mi ricorda una delle più importanti divinità del mondo original version: “non avrai alcun Dio al di fuori di me”. Non avrai alcun modello al di fuori del mio, e se qualcuno proporrà un’alternativa, questa sarà annientata nella consistenza morale, nella consistenza strutturale-organizzativa, e nella consistenza ideologica. Il nativo Lakota Sioux non ha gli strumenti intellettuali per poter capire concetti così sofisticati, la divinità in cui crede non è ossessionata dalle alternative, ed egli stesso è meno predisposto al pregiudizio. Come si potrebbe spiegare, ad un Lakota Sioux, la metodologia didattica di Sodoma, Gomorra, Hiroshima e Nagasaki? Prendiamo Sodoma per esempio. Non si tratta di punizione per abitudini sessuali immorali, ma punizione per l’immorale trasgressione al principio dell’esclusiva: “qui se c’è qualcuno autorizzato a sodomizzare quelli siamo noi”. Inutile tentare con i dazi, meglio essere espliciti: qualche kilotone di potenza distruttiva e Sodoma si ritrova abbrustolita e radiattiva.

Un nativo Lakota Sioux non avrebbe mai sradicato un abete solo per addobbare la sua tenda in occasione di una ricorrenza. L’europeo ospite/invasore, senza farsi troppi scrupoli, priva la foresta di migliaia, se è necessario decine di migliaia di abeti, perché Natale non è Natale se non c’è un bell’abete nel salotto. Non è importante quanti ne strappi alla foresta. Il numero importante è quello che, nel linguaggio dei sacerdoti del Dio del Profitto è indicato col termine “domanda” e che, nell’equazione di una fondamentale legge religiosa, è complementare al termine “offerta”. Se la domanda di abeti corrisponde al numero centomila, la foresta sarà mutilata di centomila abeti. È una legge, inutile polemizzare. E infatti il Lakota Sioux non polemizza affatto. Semplicemente resta lì a guardare, e nel farlo sembra alquanto perplesso. Il Lakota Sioux è un selvaggio, vagli a spiegare il dogma della domanda e dell’offerta. Gli abeti passeranno dalla foresta al mercato, e il mercato deve essere libero. Un ente pubblico che entrasse a gamba tesa a disturbare la logica del libero mercato, per esempio per ridurre l’effetto devastante della deforestazione sull’ambiente, sarebbe palesemente attore di illiberalismo di stampo dittatoriale comunista. Un mostro. Praticamente un nemico di Dio. E di quale Dio stiamo parlando, a questo punto è chiaro. Non certo di un Dio di quelli che intervengono nelle ricorrenze annuali, preannunciati da comete che brillano di luce santa, re magi che attraversano il deserto per rendere omaggio, e musiche celestiali di cornamuse angeliche. No, stiamo parlando di un Dio che non ha la pazienza di aspettare ricorrenze annuali, interviene con una frequenza talmente incalzante che non ti rimane il tempo per distrarti e fare un peccatuccio di quelli che si puliscono con trenta minuti nell’anticamera del purgatorio. Stiamo parlando del Dio del Profitto, quello che ci dona, per sua grazia e santità, l’orario continuato di supermercati e centri commerciali (anche e soprattutto la domenica!). Il Lakota Sioux non può capire, è troppo primitivo per ricongiungersi ad un bene così elevato. Tanto elevato che a un certo punto si è resa necessaria la quotazione in borsa, tanto per facilitare il lavoro dei sacerdoti. Il Lakota Sioux non riesce ad apprezzare la sinfonia delle motoseghe che riducono la foresta in un meraviglioso deposito di cilindri di legno destinati al mercato. Lui dice che era abituato ad ascoltare la sinfonia della foresta. É figlio di un mondo primitivo che si dissolverà nelle nebbie della dimenticanza, e sarà solo un vago ricordo, il giorno in cui gli uomini del mondo civile avranno trasferito la coscienza ognuno nella sua protesi-smartphone.

 Intanto, al rumore dissacrante delle motoseghe, che offende ogni forma di armonia, si aggiunge il grido di dolore della foresta che perde i suoi figli, tranciati dalle lame rotanti dell’egoismo industriale dell’Homo Rapax. È questa cosa nuova arrivata improvvisamente dall’oceano, che preferisce farsi definire “civiltà europea”. Il Lakota Sioux non riesce a sintonizzarsi. E allora si mette a correre, dritto sul sentiero che i bianchi civili europei non sanno vedere. La loro civiltà fa sempre più rumore, e il rumore è sempre più offensivo, e quella che preferiscono definire “civiltà” sembra sempre più la complessa sintomatologia di una psicosi. Il Lakota Sioux non è abituato a giudicare e diagnosticare, è troppo primitivo… lui. Semplicemente soffre nel non capire… lui. E corre. Sempre più veloce. Sul sentiero che i Rapax con la motosega non vedono. Il sentiero che porta allo sciamano.  Roba da primitivi. Ai civili Rapax bianchi verrebbe da ridere a crepapelle nel vedere il nativo Lakota che si rivolge allo sciamano per sapere le cose come stanno. Lui, il civile Rapax, se proprio volesse sapere le cose come stanno (difficile ma a volte capita), userebbe la sua protesi smartphone e consulterebbe l’oracolo dei social. Si chiama “civiltà”.

Nel prima, (quello dei Lakota Sioux), quando c’era una guerra, la cosa più tragica che poteva succedere a un bambino era non veder ritornare al villaggio suo padre. Gli avrebbero spiegato che aveva affrontato con coraggio il suo destino ed era caduto da valoroso guerriero. Poi l’intera comunità si sarebbe occupata del bambino, adottandolo come un figlio.

 Nell’adesso, quello della civiltà del digitale, ai bambini può succedere di essere uccisi perché ricoverati nell’ospedale sbagliato, quello destinato a diventare bersaglio di un missile, o di uno sciame di droni. È la civiltà. Succede che un giorno arriva… e sei fottuto.

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