Secoli di sabbia. Forza di gravità. Clessidra. Chissà se le pecore sognano mai di scavalcare il recinto dell’ovile? Chissà se hanno un’idea di “aldilà del recinto”? Secoli di sabbia.
Secoli di cappotti eleganti che affollano gli ingressi dei teatri. E subire Shakespeare senza porsi il problema di capire Shakespeare. Secoli di salotti lussuosi. E ascoltare Beethoven in alternativa al massaggio tailandese. Secoli di presunzione. Secoli di delitti, senza capire che a morire è la parte migliore di noi stessi. Mentre la forza di gravità continua a ingoiare sabbia. Secoli di cecità. E credere di usare la grammatica proprio mentre la grammatica innesca l’ordigno killer, il sabotaggio della libertà di percepire e concepire al di là delle strutture. Non sei tu a usare la grammatica per pensare e parlare, ma è la grammatica a usare te per definire mondi più piccoli di quelli che potresti concepire. E lo fa proprio mentre pensi. Mentre parli. Mentre la forza di gravità fa scorrere granelli di infinito tra le dita. Per un attimo ho avuto la sensazione di percepire che la natura monodimensionale del tempo avesse a che vedere con l’ampiezza del nostro pensare. L’ho percepito nel ricordo di aver desiderato un sorso di azzurro ribelle. Nel desiderio la struttura del tempo diventa elastica e si tinge di incalcolabile, come uscire dalla clessidra senza dover vivere l’imbarazzante esperienza di dover interferire col vetro. Forse è proprio questo il punto: la clessidra non è di vetro, ma di pensiero. Le distanze subatomiche ci suggeriscono la verità dai tempi in cui Prometeo ci invitò al primo barbecue: immense porzioni di niente comprese tra due concetti: ego-centro ed ego-periferia.
…un giorno, seduti sul letto, reduci da un sonno che, anziché restituirci energie, ce le ha rubate, ci ricordiamo di aver sognato il recinto del gregge… e di averlo scavalcato.