Poi ci sono io che do una mano a caricare casse di B-rain sulla zattera del Contrabbando di Sale. E questo è il fatto, adesso, come potrebbe osservarlo chiunque si affacciasse alla finestra che si apre sul mare delle possibilità. Ma c’è un prima…
Nel prima succede che faccio un sogno. E non sono così sicuro di averlo fatto durante il sonno. È strano, ma ricordo di averlo fatto mentre contemplavo l’orizzonte. Succede che l’orizzonte si rompe in segmenti, e tra i segmenti macchie in avvicinamento. Macchie troppo lontane per essere riconosciute. Troppo spesso la distanza che ci separa dall’orizzonte ci sembra percorribile in tempi brevi, ma in realtà l’orizzonte rimane il confine tra ciò che siamo stati ammaestrati ad accettare, e ciò che non osiamo immaginare, e quando qualcosa di “nuovo” invade il territorio delle cose già accettate, la sua forma ci appare incomprensibile e altro non vediamo che macchie. Trasformare le macchie in forme non è solo questione di distanze, ma anche di coraggio. Le macchie spezzettano l’orizzonte e si insinuano nel conosciuto avvicinandosi alla costa. La scena suggerirebbe l’idea di un’invasione, ma le emozioni che provo nel sognare la scena non producono inquietudine. Succede che le macchie sono abbastanza vicine e il mio sogno le riconosce: sono navi. E anche se non si vede, le navi sono piene di persone che desiderano ardentemente mettere i piedi sulla sabbia del mio paese, bagnarsi nell’acqua del mio paese, mangiare il cibo del mio paese, parlare con la gente del mio paese… Succede che improvvisamente sento un conflitto nella mente ogni volta che definisco “mio paese”. Modi di dire (e quindi di pensare) che una volta potevano appartenere a strutture portanti della lingua, ma che adesso altro non sono che masse di ruggine sotto la quale si conservano i non sensi. Il conflitto punge come una spezia sbagliata in una ricetta perfetta. Dunque, succede che sostituisco “mio paese” con “il paese in cui vivo” e tutto torna a suonare in piena armonia, mentre le navi piene di persone continuano ad avvicinarsi. Succede che la provenienza delle navi è dovunque. Forse perché dovunque, a prescindere da usi, costumi, e forme di governo, nella sede più nucleare in cui alberga l’essenza elementare dell’esistere, vi è la consapevolezza che tutto e tutti siamo una cosa sola. E per chi incontra in sé stesso una consapevolezza così, i luoghi del dovunque sono diventati vecchi, non più idonei… sedi di non senso. Sempre più navi, sempre da dovunque. Succede che il mio sogno si riempie di persone che provengono da posti che a cercarli sulla mappa ci si brucia un pomeriggio. E poi anche il cielo comincia a brulicare di macchie che nell’avvicinarsi diventano aeroplani. Arrivano come arrivavano i gommoni dall’Africa, pieni di persone in cerca di terre per vite da umani. Continuano ad arrivare i gommoni dall’Africa, ma ora [nel sogno] è difficile distinguerli nel caos nautico di tutti da dovunque, a bordo di gommoni, barconi, zattere riadattate, windsurf cabinati, salvagenti motorizzati e boe pluriaccessoriate. E poi le barche a veglia, quelle che ci stai con gli occhi spalancati a sondare il buio nero del nulla, aspettando il momento in cui il nulla partorisce una luce intermittente che vuol dire “faro”, che a sua volta vuol dire “terra”, che a sua volta vuol dire il paese del tizio che sogna. Tutti che vengono da dovunque, e tutti sulla rotta che porta sulla scogliera dove c’è il tizio che sogna. E il tizio sono io, che rischio di morire per intossicazione da endorfine. Quello che una volta era il mar Mediterraneo ora è il marasma mediterraneo, un traffico congestionato di desideri flottanti tra le terre. Sembra il raccordo anulare all’ora di punta. E il cielo sembra il marasma mediterraneo allo specchio. Aeroplani, dirigibili, mongolfiere, e uomini-gabbiano che si affidano a grappoli di palloni gonfiati a elio, folli abbastanza da sperare che la fortuna li faccia atterrare al centro del mio sogno. Desideri volanti dagli aeroporti di dovunque, diretti agli aeroporti del paese in cui vivo. E gli aeroporti del paese in cui vivo si trasformano in uffici immigrazione. Ci sono tutti, non manca nessuno: americani, asiatici, nordeuropei, esteuropei, svizzeri francofoni, lituani russofoni, esquimesi siciliofoni e albanesi Raiunofoni… tutti. Ci sono anche i contadini del Kamchatca fissati per il neomelodico partenopeo di accento sub-vesuviano. Quando dico tutti intendo proprio tutti. Persino alcuni texani di sinistra. Sono tre in tutto, e uno fa Rossi di cognome (madre messicana e padre di Abiategrasso. Capita). Gli americani sono americani nuovi, abbastanza da comprendere che si sta bene veramente quando si sta bene tutti. Nuovi abbastanza da sentirsi stanchi di subire la tracotanza della sanità a fasce di reddito, consci che va bene godere della libertà di possedere costose automobili e orologi che misurano il tempo dall’alto dell’aristocrazia meccanica elvetica… ma soffrire di una malattia è la condizione che ci obbliga a presentarci umilmente al cospetto di chi ha giurato di aiutare, e umilmente affidarci alle sue cure. E se chi aiuta lo fa solo per soldi, non aiuterà mai abbastanza. Così come, chi usa tanti soldi per andare da un medico da parcella ionosferica, non imparerà mai abbastanza ad essere umile. Nel mio sogno succede che, nel paese in cui vivo, certe sclerosi del proto-pensiero siano state risolte. E succede che il paese stesso, per costituzione, si definisca tale solo fino a quando la cura della salute non farà distinzione di classe. E il principio vale anche per l’istruzione: non esistono scuole meglio di altre. Esistono le scuole, punto. Ecco perché tante navi in arrivo. Le migrazioni non sono generate da quantità di denaro, ma dalla qualità del pensiero. E vale anche per i nuovi asiatici: ne arrivano più di quanti ne arrivassero prima, ma è cambiata la natura della spinta a migrare. Prima era possibilità di accaparrarsi una fetta del mercato mettendo in gioco l’unica risorsa disponibile: operosità e abnegazione totale al lavoro, fino a trasformare gli umani in formiche. Ora è fame di un riconoscimento: non esisti in funzione di quanto produci. Esisti e basta, ed è già più che sufficiente. Tutti autorizzati, nessuno escluso. I confini si dilatano sulla superficie del pensare come una macchia d’olio sul pavimento. Fa quasi paura… Succede che qui, nel sogno che sto vivendo ad occhi aperti, si sia già iniziato a modificare in senso evolutivo alcuni aspetti della grammatica della lingua ufficiale. Per esempio, ai sei pronomi personali se ne è aggiunto un settimo, che comprende gli altri sei. Come dire “io” mentre ci si riferisce a tutti, nessuno escluso. Non un “noi più voi”, ma un “io quando sento che siamo tutti una cosa sola”. E da quando è in uso il settimo pronome personale, è aumentata la capacità di empatizzare, mentre l’attitudine all’indifferenza va diluendosi, e viene percepita sempre più come disturbo. E ancora più navi affollano il mare del paese in cui vivo. Si va dove minore è la pressione, e nel paese in cui vivo la pressione è diminuita drasticamente quando abbiamo raggiunto la maturità che ci ha fatto individuare una nuova fonte di ricchezza, che non ha nulla a che vedere col denaro. La ricchezza di una visione condivisa. La visione di un unico organismo in cui non vi sono pause di spazio o tempo. Solo un’infinita continuità di cui ogni cosa è espressione. E nell’organismo ognuno è troppo importante per essere escluso.
Poi succede che il sogno sfuma. E mi ritrovo a guardare il mare e l’orizzonte. Niente navi. Niente macchie. E il paese in cui vivo è quello di sempre. Anzi, invecchia, perché i giovani migrano verso altri sogni.
Si aspetta il tramonto come fosse l’apocalisse. E poi si viene qui, e si da una mano a caricare casse di B-Rain sulla zattera del Contrabbando di Sale.