Siamo nel 1987. L'era della New Wave italiana volge al termine, accompagnata dal celebre sarcasmo di Franco Battiato che, in Centro di gravità permanente, pungeva i ritmi dell'epoca e quel "free jazz punk inglese" quasi mitologico.
In quel finire d'anno, in una cittadina del Sud Italia allora vibrante di fermenti underground, un ragazzo assiste a un concerto dei Moda. Quella band fiorentina, nata sotto l’ala della scuderia IRA, aveva già conquistato il mio cuore con l’esordio di Bandiera. Ma quella sera accadde qualcosa di diverso: il gruppo scelse di mettere da parte il passato, suonando solo pochi pezzi del primo disco per dare spazio alle atmosfere di un album appena nato: Canto Pagano. Per me fu un colpo di fulmine, un amore puro che, a distanza di quarant'anni, non ha perso un briciolo della sua intensità.
La formazione vedeva Andrea Chimenti alla voce, Fabrizio Barbacci alla chitarra, Fabio Chiappini alle tastiere e Nicola Bonechi alla batteria. Poco prima delle registrazioni, Marco Bonechi lasciò il gruppo, portando Fabio Galavotti a spostarsi dalle tastiere al basso.
Canto Pagano non è un disco comune. A rendere, tra l’altro, questo lavoro un gioiello unico fu anche la produzione artistica. Accanto ad Alberto Pirelli (storico produttore dei Litfiba), sedeva nientemeno che Mick Ronson. Parliamo del leggendario chitarrista di David Bowie, l'uomo dietro gli arrangiamenti di Transformer di Lou Reed. Ronson non si limitò alla cabina di regia: co-arrangiò i brani, scrisse a quattro mani "Malato", suonò il pianoforte in "Addio a te" e firmò l’assolo di chitarra in "Se fossi". A completare il quadro, la partecipazione di giganti come Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, pilastri di Litfiba, CCCP e CSI.
Musicalmente, l'album segna un distacco dei Moda dalla New Wave anglofona degli esordi per abbracciare suoni che richiamano il Progressive italiano e internazionale degli anni '70, probabilmente frutto della sinergia tra la band e l'esperienza di Ronson.
Ma sono i testi a colpire per la loro spiazzante attualità. Il brano di chiusura, "America", anticipò di vent'anni le tematiche di "Amerika" dei Rammstein, denunciando una globalizzazione predace e il dominio culturale statunitense:
Mio il vestito che hai / Mie le donne che vuoi / Segreti per me non avrai / Miei i sogni che fai oh! / Dipende dai soldi che hai, / Ma niente paura perché / Cristo è nato in America
anni dopo i Rammstein canteranno:
Lasst euch ein wenig kontrollieren / Ich zeige euch wie es richtig geht / Wir bilden einen lieben Reigen / Die Freiheit spielt auf allen Geigen / Musik kommt aus dem Weißen Haus / und vor Paris steht Micky Maus / We’re all living in Amerika
[Lasciatevi controllare un po’ / Vi mostro come va bene / Formiamo un bel girotondo / La Libertà suona da tutti i violini / La musica viene dalla Casa Bianca / e davanti a Parigi c’è Topolino / viviamo tutti in America]
È una critica feroce all'arrivismo e al consumismo che trasformano i sogni in merce. Ritroviamo questa tensione in "Uomo dei Sogni", dove chi pensa diversamente viene emarginato:
Vai nel vento, uomo dei sogni e mentre sento il vento no / non sei più tu coi pensieri che hai / In piazza ucciso sarai" dicevan così / Oh! Non capiva lui:"cosa importa?" /"Sei diverso da noi, bastardo che sei" /Oh! Gli gridavano"Ehi tu sei diverso!" /Fuggi via! Fuggi via coi pensieri che hai
o nel vuoto esistenziale della title track "Canto Pagano", dove il protagonista cammina tra fango e acque torbide mentre la città continua a produrre senza sosta:
Mentre il Sole caldo scende laggiù / Gente che lavora ancora giù in città / Credo che un senso no non c′è / Credo che un solo senso no non c'è / Dove il fango copre il cielo blu / Là vivo io / Dove l′acqua non traspare più / Cammino io
In "Jeanine", infine, si consuma il dramma della perdita dei valori di fronte al miraggio del denaro: un signore in doppio petto che compra sogni e persone:
Guardi il cielo coi tuoi occhi blu / L′impermeabile di plastica blu /Nei miei quadri sempre tu ah / Cerchi firme nelle strade tu / Chiedi firme per un cielo blu / Meglio quasi occhi blu / Ti han trovata e ti han portata via da qui /Annoiati poi ti getteranno via / Ti hanno dato soldi, o Jeanine /E alla fine tu non sei più mia / C'è chi ha visto che baciavi tu / Un signore in doppio petto blu
Oggi Canto Pagano è una rarità. Pubblicato in vinile e audiocassetta, mai ristampato ufficialmente in CD e assente dalle principali piattaforme di streaming, sopravvive grazie alla passione dei fan che hanno caricato l'album su YouTube.
Per chi volesse possederne una copia fisica, il consiglio è cercare la ristampa della Contempo Records del 2018: un vinile bianco da 180 grammi limitato a 300 copie.

Un’ultima nota per la copertina, realizzata da Fabio Gavallotti che sul suo sito racconta come è nata, ispirata a quella di Cheap Thrills di Janis Joplin e realizzata da Robert Crumb, ai quali non mancano i ringraziamenti sul retro e sulla inner (solo sulla stampa originale, sul remaster sono nella seconda di copertina).
A proposito del retro della copertina, il personaggio in alto è il produttore Alberto Pirelli, noto fumatore di sigari (il cartello NO SMOKE rappresenta il divieto di fumare imposto dal proprietario della sala di incisione e mai rispettato). Il personaggio a sinistra che saluta con il cappello in mano è Marco Bonechi, che, come detto prima, abbandona la band.
Per approfondire:
Bellissima intervista di Johnny del canale YouTube “VinilicaMente” ai Moda:
VinilicaMente intervista i Moda
Sempre Johnny di “VinilicaMente” con la bellissima recensione dell’album (lui le recensioni le sa fare, non come qualcuno qui...):
Moda - Canto Pagano ● RECENSIONE
Dal canale YouTube “CondivisioneMusicaleCronica/ChronicMusicalSharing” la versione integrale dell’album:
https://youtu.be/QL9y_hHYrgg?si=bWJgtmR06Pis8Hsz
Dal sito MusicMatch i testi dell'Album:
https://www.musixmatch.com/it/album/Moda-3/Canto-pagano
Dopo quarant'anni, Canto Pagano resta lì: un disco difficile, profetico e bellissimo. Un ritratto di un’Italia musicale che non ha avuto paura di guardare in faccia il mondo e di urlare il proprio dissenso