Ritmo Tribale - Mantra

Ritmo Tribale - Mantra

Gli anni ’90 rappresentano uno dei momenti più fertili per la musica alternativa italiana, oserei dire al pari della New Wave Italiana degli anni 80, una stagione in cui la scena indipendente ha saputo definire un linguaggio nuovo, sospeso tra l’abrasività del grunge e una profondità cantautorale viscerale. In questo contesto, Mantra dei Ritmo Tribale si staglia come un testamento vitale, un vertice assoluto del rock nostrano uscito nel 1994. È un disco profondamente metropolitano, intriso dell'asfalto e della umidità di Milano, capace di distillare un'energia che fonde il muro di suono delle chitarre di Andrea Scaglia e Fabrizio "Fabri" Rioda con una sezione ritmica implacabile (Alex Marcheschi alla batteria, Andrea "Briegel" Filipazzi al basso, incredibile la sua performance su Amara, e le tastiere di Luca "Talia" Accardi). Ma il vero centro di gravità è la voce di Stefano "Edda" Rampoldi, uno strumento fuori controllo che passa da sussurri mistici a urla laceranti, trasformando ogni traccia in un’esperienza confessionale.

L’opera lirica di Edda in questo album è un viaggio senza filtri tra carne e spirito. In brani come L’Assoluto e Madonna, il misticismo non è mai pacifico: è una ricerca febbrile dell'elevazione che si scontra con la consapevolezza della propria miseria umana. La spiritualità qui è intrisa di urgenza, una preghiera lanciata nel vuoto che cerca risposte tra le distorsioni. Questa tensione prosegue in tracce come La mia religione e Antimateria, dove il senso di alienazione si fa fisico, quasi tangibile. C'è poi la rabbia cieca e purissima di Ti detesto II, un proiettile di pura bile rock che esplode in meno di tre minuti, contrapposta alla malinconia densa di Amara o alla rassegnazione notturna di Buonanotte.

Un momento di particolare rilevanza storica è La verità, dove la band incrocia la strada con un'altra colonna della Milano alternativa: Giuliano Palma (all'epoca colonna portante dei Casino Royale). La sua presenza ai cori arricchisce il brano di una sfumatura soul/urban che testimonia quanto la scena dell'epoca fosse interconnessa e vibrante. Sorprendente è anche la reinterpretazione di Il cielo è sempre più blu: i Tribali prendono il classico di Rino Gaetano e lo masticano, restituendone una versione acida, distorta e febbrile che lo strappa al contesto pop per trascinarlo nel loro universo scuro. L'album si chiude idealmente con Il male, una traccia di oltre cinque minuti che suggella il disco con un'intensità quasi insostenibile, prima che l'Outro lasci spazio al silenzio.

Tuttavia, un'opera così densa e stratificata meriterebbe una cura tecnica che non sempre le operazioni commerciali riescono a restituire. La riedizione in vinile del 2016 curata da Spin on Black ne è l'esempio perfetto e spiega perché molti fan siano rimasti delusi. Nonostante il bell'impatto visivo della confezione gatefold (con all’interno un bellissimo libretto con testi e foto dei membri dei Ritmo Tribale) e il vinile da 180 grammi, il problema risiede nel "cuore" sonoro. In rete, tra le comunità di audiofili e appassionati, il verdetto è spesso impietoso: il suono risulta patinato, quasi "piatto". Manca quella dinamica esplosiva che caratterizzava il mix originale del 1994 pensato per il CD. È il tipico caso in cui un master digitale viene trasferito su vinile senza un lavoro di rimasterizzazione analogica dedicata, finendo per comprimere le frequenze medio-basse e togliere a Mantra quel "punch" crudo e tridimensionale che dovrebbe prenderti allo stomaco.

Nonostante questa sbavatura editoriale, Mantra rimane un oggetto di culto assoluto. La successiva sparizione di Edda dalle scene e il suo ritorno solista anni dopo hanno solo ammantato il disco di un'aura leggendaria. Ascoltarlo oggi, seguendo la sequenza corretta che va dalla furia di Hanno tradito alle visioni acquatiche di Sire, significa confrontarsi con artisti che non hanno mai avuto paura di mostrare le proprie piaghe. È un atto di fede elettrica che continua a vibrare con la stessa intensità di trent'anni fa, ricordandoci un'epoca in cui il rock italiano non cercava consensi, ma cercava la verità.

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