Asfalto bagnato…
Pozzanghera…
Colpe dimenticate.
Ancora asfalto. Nero come la nemesi che stamattina ha preso il posto del cielo e punisce chiunque. Sembra l’eco di un incubo che riemerge da profondità ancestrali, tanto che non si sa a chi pagare il copyright, storie di esondazioni punitive decise nei piani alti dell’esistenza, “soluzione finale” ante litteram.
Ma l’umanità non è andata a nascondersi. Non se lo può permettere. Dopo aver scoperto quale carta fosse stata estratta dalla meteolotteria, avrebbe preferito rimanere a casa tra i profumi di caffè. Ma non se lo può permettere. Il sistema si tiene a galla grazie alla magica equazione “iperconsumo fratto superproduzione uguale dignità fratto ics tendente a infinito” (…il problema non è tanto di non sapere più che cazzo comprare nei giorni di centro commerciale obbligatorio, ma di non potersi permettere abitazioni capaci di contenere tutta l’inutilità oggetto di transazione). Ma la classe dirigente è lì che magomerlina coi numeri e poi appare sui cristalli liquidi della narrazione libera autorizzata e sgancia overdose di ottimismo governativo… Quindi l’umanità non si va a nascondere ed è già per strada, su marciapiedi martellati da proiettili d’acqua, consapevole di meritare punizioni incomprensibili per colpe dimenticate. E si procede così, facendosi ingoiare dall’immanenza del ”è così che deve andare” (amen). Pozzanghera. Mandrie impazzite di scarpe invadono ponti di strisce bianche, ai lati del ponte c’è il nero, il cielo è nero, l’orizzonte è incapace di promettere colori, e a mezz’aria il Fato si esprime nella segnaletica stradale, mentre qualcosa di autentico e più profondo dei ricordi amniotici vorrebbe gridare, profanare uno o più divieti di accesso… Ma non si osa… Avanti così, asfalto, pozzanghera, asfalto, immersi nella liturgia. Poi il verde del semaforo, l’insulto dei clacson, il ringhiare dei motori, ancora asfalto, ancora pozzanghera e…
All’improvviso qualcosa di salvifico arriva dal marciapiede al quale stiamo per approdare: una figura… Un’apparizione? No, è lì in carne ed ossa, il suo impermeabile non è proprio un impermeabile, i proiettili d’acqua lo attraversano, e lui se ne fotte, e ci guarda, con la stessa espressione di chi, per la prima volta, è al cospetto della Pietà di Michelangelo, e dire che ci guarda non basta, sta facendo un piercing alle nostre maschere. C’è chi sa guardare. Guardare nel senso di leggere, al di là dell’impermeabile, al di là della fretta che spinge i passi sull’asfalto, al di là degli sguardi nervosi all’orologio, al di là del parlare compulsivo a qualcuno che non ha nessun reale bisogno di comunicarci nulla, e a cui non abbiamo nessun reale bisogno di comunicare nulla, attraverso una protesi che tanto tempo fa chiamavamo “telefono”. Al di là della compressione che ci fa sentire accessori meccanici in un motore che brucia combustibili animici. Al di là dell’attitudine a fare la guerra che ingegnosamente dissimuliamo nel proporci edificatori di civiltà, portatori sani di cravatte di seta e fame programmata. Ci guarda, ci legge… Ci vede! Ed essere visti è come essere appena rinati, come se la nemesi nera fosse evaporata per lasciare al sole il piacere di riscaldarci. E quando siamo abbastanza vicini realizziamo che nel guardarci sorride. Un sorriso che, ad ogni nostro passo, sconfigge un demone. Qualcosa di cui avevamo nostalgia da sempre, pur senza averne mai saputo parlare. Vibrazione armonica generatasi negli abissi di Nettuno, rappresasi in un arco di circonferenza che mette equilibrio tra canyon epidermici e geometrie somatiche… sembra un’arca di salvezza tra le onde della miseria… Magnifica! Alcuni di noi non arriveranno mai al marciapiede che ci attende. Chi, nell’essere visto, vede, può riscattare l’anima. Chi, nell’essere riconosciuto, riconosce, è destinato a salvarsi.