Ludwig

Ludwig

Non sono nato per condividere l’ordinario, ma per rubare frammenti di infinito. 

Non è che io stia qui a fare il raffinato, tutt’altro. È che… osservo una fettina di mondo e sento musica. Quello che gli altri vedono, io lo sento. Nella testa. Nel sangue.

Gioia e musica, un unico codice. Dolore e musica, un unico codice. E tra la gioia e il dolore, l’intera galassia del percepire. Sento il suono delle anime di tutti gli alberi, le emozioni che le nuvole vivono nell’attraversare il cielo, e i sussurri del futuro che suggerisce soluzioni all’illusione del presente, grappoli di semicrome che si inerpicano su un arpeggiato d’archi. Sento il sogno di chi insegue il veliero fantasma di un destino alternativo che lo traghetti lontano dal suo, e sento legni e ottoni che agitano il mare, e sequenze di accordi minori che, come onde, si infrangono sullo scafo di quel sogno, e viole e violini, come surfisti californiani, che cercano di raggiungerlo quel sogno, e a volte sembra che ce l’abbiano fatta, ma poi se lo lasciano scappare… cadenza evitata… Perché il finale in Re maggiore arriva, lo giuro, è garantito dalle leggi del cosmo, ma il viaggio è lungo e pieno di sorprese.

L’universo profondo mi parla in codice, e io quel codice lo conosco. Da sempre. Condividere l’ordinario fa da disgregante tra me e il mio “alter”, il lato Jekill, il van Beethoven dei salotti. Mi è più congeniale starmene qui, nel sub-oceano di verità astrali, a tradurre i segreti dell’universo profondo in frasi che si articolano tra correnti melodiche ascendenti e tessuti di progressioni armoniche, un’orbita ellittica intorno a un centro tonale che è metafora di ogni origine, essenza di ogni maternità.

Sento l’universo profondo, e per tradurlo in linguaggio mi servo di combinazioni architettoniche che dissacrano senza stonare. Trasgrediscono senza offendere. Rivelano ma non tradiscono. Così traduco in espressioni orchestrali ciò che l’universo profondo rimugina da segmenti di eternità. E la fedeltà assoluta al messaggio cosmico è l’unico virtuosismo che mi concedo (l’autocensura non fa parte dei miei talenti, racconto con distacco la bellezza scandalosa della verità, roba da mister Hyde… i lifting li lascio a Jekill van Beethoven). 

Non sono nato per intrattenere. Non sono un carillon a servire il piacere della danza di stupidi aristocratici incipriati. E non mi presto al rituale per cui vestirsi di sobrio intellettualismo è necessario per essere ammessi ai salotti in cui si consumano elitari cerimoniali del piacere di classe. 

Quando lo spirito dell’universo profondo mi suona dentro, lo fa per dire al mondo che il mondo non è ciò che crede di essere, e si aspetta da me che trascriva quella musica per brigate di violini, plotoni di viole e violoncelli, truppe d’assalto di fagotti e corni, flauti, clarinetti e ottavini, e non si presenta con cordiali inviti all’ascolto, ma invade, con la prepotenza del vento di gennaio, le coscienze di chi ha cuore per “sentire”.

Non sono nato per condividere la debolezza di chi accetta gli schemi come custodie di conoscenza. Non sono il Beethoven di cui credete di aver bisogno per impreziosire i vostri musei delle vanità, sono il Ludwig che non vorreste mai incontrare, perché da sempre avete paura delle vostre emozioni.

Non è che io stia qui a fare il sovversivo, è solo che, quando sento l’universo profondo che mi suona in testa, negli schemi mi ci sento claustrofobico, e così evado. Come Mosè dall’Egitto. Come Edmont Dantes dal Chateau d’If. Come Neo da Matrix. Come Ernesto Guevara dagli schemi del potere. E mentre van Beethoven e l’esimio Jekill si attardano tra i corridoi virtuali del networking di fine ‘700 viennese, io e il mio spassosissimo Hyde frequentiamo le bettole dello spaziotempo underground, a pochi passi dal civico zero, dove ogni giorno l’Eterno e l’Istantaneo duellano a briscola (…e la briscola non è mai a denari). Presi insieme siamo come un pendolo, il cui moto vive tra due posizioni opposte: sulla prima, il mio rispettabile “alter” mangia il goulash in compagnia del superstimato dottor Jekill, tra seduzioni editoriali e glorificazioni della critica protocollare; sull’altra, io e il mio spassosissimo Hyde rubiamo tranci di cielo e ci modelliamo su sculture che non vivono nello spazio ma nel tempo. Trafughiamo porzioni di assurdo e lo usiamo come lievito. Più divertente di pigiare il tasto del big bang e stare a guardare che succede.

Non sono nato per essere collocato tra gli scaffali della critica e assecondare la mania ossessiva delle civiltà di voler produrre modelli. Gli autori, troppo spesso, credono di poter scegliere, creare, comporre… Ma sono solo briciole di asfalto frantumato da un vecchio interminabile terremoto, un evento psicocosmico, un’onda che arriva dal cuore dell’unico vero atto creativo, e viene a rivelarci, senza mezzi termini, l’unica “non-illusione” dell’esistenza: “QUI ORA SI CAMBIA”. Non sono nato per andare al passo coi tempi, ho sempre come la sensazione che siano lenti. Sono qui per contrabbandare geometria liquida, e non c’è bisogno di password per accedere al servizio: la geometria liquida, se la vedi, la vedi perché è già tua. Se non la vedi è perché manca la sintonia. Questione di feeling. E se la vedi è una Kundalini di armonici che, senza chiedere permesso, inanella tutti i chakra e va a schiantarsi sulla ghiandola pineale provocando un sisma percettivo, e in un attimo che non finisce mai, vedi tutto connesso: il senso in frac e bacchetta che dirige tutte le cose, ma proprio tutte, dalla piadina bolognese alla retrospettiva di Akira Kurosawa, e in mezzo c’è tutto, ci sono anch’io seduto tra Lennon e McCartney, come il sushi tra la bagnacauda e la parmigiana di melanzane, come Caravaggio tra Manara e Walt Disney, come un dirigente della Telecom tra Tesla e Meucci, come uno slip di Dolce e Gabbana tra il Perseo di Cellini e uno Stradivari, come Rudolf Nureyev nella giuria di un talent, come una foto di Sabin tra le azioni della Pfizer, come Gandhi che prende lezioni di sudoku da Elon Musk, come Patty Smith che cerca di spiegare il ciclo mestruale a Charles Darwin, come Arturo Benedetti Michelangeli che compra un iPad su Amazon, come Sergej Eisenstein che si spara un selfie con un oligarca di San Pietroburgo, come Bond (James Bond) in una pagina di Milan Kundera, come Einstein che si fa spiegare la meccanica quantistica dai sette nani, come Leonardo da Vinci tra Troisi e Benigni, come Ivan il Terribile che va in analisi perché da adolescente avrebbe voluto fare nuoto sincronizzato e ha dovuto rinunciare per ovvie ragioni di orgoglio nazionale, come Bonaparte che perde a Risiko contro Madre Teresa di Calcutta, Depardieu e Stanley Kubrik, e più perde e più s’incazza, come Maradona che perde a Fifa 22 contro un dodicenne di Gaza, e più perde e più si diverte, mentre a me mi girano perché McCartney cerca di convincere Lennon che Hey Jude va fatta in Sol, e Lennon immerge patatine nel wasabi e glie le tira, ma non lo prende e prende me, e mi girano. Come zio Paperone che disereda Qui Quo Qua perché, entrando di soppiatto, ha scoperto che hanno sostituito il poster di Schwarzenegger con quello di Che Guevara…

Come la giuria popolare che deve scegliere tra Marylin e la Magnani…

Come una giuria di intelligenza artificiale che deve scegliere tra un film di Wim Wenders e la pubblicità di un anti-reflusso gastrico… 

Come Oppenheimer che si fa spiegare la struttura dell’atomo da un operaio di Hiroshima…

Come il senso travestito da lampadina accesa tra i due poli di una batteria… e la resistenza si trasforma in luce proprio come un Messia in croce che, rivolgendosi a suo padre, prende le difese dei suoi carnefici…

E tutto sembra avere senso… lo vedete?

Il senso in frac e bacchetta?

Guardatelo, sembra von Karajan… 

…il suono dell’urto della bacchetta sul leggìo, legno contro legno, codice comunicativo inequivocabile per chiunque sia musico, e chiunque sia in platea…

Tac tac tac tac…

Silenzio…

Musica. 

(la sentite?)

Articoli Correlati

Informazioni

Uno spazio dedicato al pensiero non omologato e alla ricerca dell’oltre. Contrabbando di Sale è un viaggio letterario in territori inesplorati, tra arte ibridata e idee che sfidano strutture consolidate, per generare nuove forme di libertà creativa e consapevolezza